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La giara

Medium-length story

L'annata prometteva bene anche per gli ulivi. Nel podere delle Quote, a Primosole, gli alberi di Lollò Zirafa erano carichi di olive, nonostante la nebbia che li aveva avvolti durante la fioritura. Prevedendo che le cinque giare della cantina non sarebbero bastate a contenere tutto l'olio, il proprietario ne aveva ordinata una sesta a Santo Stefano di Camastra. Era un recipiente di terracotta smaltata alto fino al petto di un uomo, dalla pancia enorme: accanto alle altre cinque, faceva una figura imponente.

Lollò aveva litigato anche con il fabbricante, naturalmente. Con chi non litigava? Per una pietruzza caduta da un muro o un filo di paglia era pronto a farsi preparare la mula e a correre in città per avviare una causa. A forza di pagare documenti, avvocati e spese processuali, si era quasi rovinato. Si raccontava che il suo consulente legale, esasperato dalle visite continue, gli avesse regalato un codice: così avrebbe cercato da solo le basi giuridiche delle controversie che voleva sollevare. La gente aveva subito trovato un nuovo modo di prenderlo in giro, invitandolo a consultare quel libretto.

La nuova giara, costata quattro onze, era stata sistemata provvisoriamente nel locale dove si lavorava l'uva, in attesa di trovarle posto in cantina. La raccolta delle olive era cominciata da due giorni. Lollò non sapeva come dividersi tra i raccoglitori e gli uomini che portavano il concime con le mule: correva ovunque, sudava, imprecava e minacciava tutti, quasi fosse in grado di controllare una per una le olive ancora sugli alberi.

Alla fine della terza giornata, tre contadini entrarono nel locale per riporre scale e canne. La bella giara nuova era spaccata. Un taglio netto aveva separato dal recipiente un intero pezzo della parte anteriore. Chi poteva essere stato? Il primo contadino, spaventatissimo, propose di richiudere la porta e di allontanarsi senza dire nulla. Il secondo si oppose: Lollò sarebbe stato capace di attribuire proprio a loro la colpa. Dovevano restare tutti lì e chiamarlo.

Il proprietario arrivò e, vedendo il danno, sembrò perdere il senno. Si scagliò sui tre, afferrò uno per la gola e lo spinse contro il muro, gridando che avrebbero pagato. Gli altri due lo bloccarono. Allora rivolse la furia contro se stesso: gettò a terra il cappello, si batté le guance e pestò i piedi. La giara era nuova, non era stata ancora usata! Voleva sapere chi l'avesse rotta, ma non si vedeva alcun segno di violenza.

Quando la prima esplosione di rabbia si attenuò, i contadini cominciarono a ragionare con lui. Il pezzo staccato era uno solo: un buon riparatore avrebbe potuto rimetterlo al suo posto. C'era Dima Licasi, che aveva inventato una colla eccezionale, capace di resistere perfino ai colpi di martello una volta asciutta. Il vecchio ne custodiva gelosamente il segreto. Lollò continuava a dire che non c'era rimedio, ma finì per lasciarsi persuadere.

Dima si presentò all'alba del giorno seguente, portando gli attrezzi in una cesta. Era un vecchio dal corpo storto e dalle articolazioni deformate; parlava pochissimo. Voleva che a dimostrare il valore della propria invenzione fossero i risultati, e temeva che qualcuno gli rubasse il segreto. Quando Lollò gli ordinò di mostrargli la colla, rifiutò con dignità: la sua efficacia si sarebbe vista lavorando.

Posata la cesta, estrasse un fazzoletto rosso, consumato e arrotolato. Tutti seguirono con curiosità il lento svolgersi della stoffa, da cui uscì soltanto un paio di occhiali rotti e legati con lo spago. Gli altri risero. Dima non se ne curò: si pulì le dita, inforcò gli occhiali ed esaminò seriamente la giara, che era stata portata fuori.

La riparazione sarebbe riuscita. Lollò impose però una condizione: non si fidava della sola colla, voleva anche dei punti di filo di ferro. Il vecchio si alzò per andarsene. Il proprietario lo trattenne per un braccio, insultandolo e ricordandogli che nella giara doveva mettere olio. Da una spaccatura tanto lunga, con la sola colla, l'olio sarebbe uscito. Dima cercava di spiegare che il recipiente avrebbe suonato di nuovo come una campana, ma Lollò non voleva sentire ragioni. Pagava per colla e punti, e punti ci sarebbero stati.

Il proprietario tornò dai suoi uomini. Dima si mise al lavoro gonfio di rabbia: gli veniva negato il piacere di eseguire una riparazione pulita e di dimostrare la qualità della propria invenzione. Praticò i fori lungo i bordi delle due parti, controllò che corrispondessero e preparò i pezzetti di filo di ferro. Chiamò un contadino, spalmò la colla sul pezzo staccato e sulla spaccatura, poi entrò nella pancia aperta della giara. Ordinò all'altro di applicare il pezzo.

Prima di cominciare a cucire, lo invitò a tirare con tutta la forza: avrebbe visto se la colla cedeva. Gli disse di battere sul recipiente e di andare a raccontare al padrone come risuonava. Il contadino sospirò: chi stava sopra comandava, e chi stava sotto ne pagava le conseguenze. Bisognava dare i punti. Dima impiegò un'ora a far passare ogni filo nei fori corrispondenti e a torcerne i capi dall'interno, sudando e lamentandosi.

A lavoro ultimato, chiese aiuto per uscire. La giara, però, era tanto larga di pancia quanto stretta di collo. Nella rabbia non ci aveva badato. Provò e riprovò, mentre il contadino si piegava dal ridere: il vecchio si era rinchiuso nel recipiente che aveva appena riparato. Per farlo uscire bisognava romperlo di nuovo, questa volta definitivamente.

Lollò accorse alle grida. Incredulo, cominciò a suggerirgli una serie di movimenti, ora un braccio, ora la testa, senza ottenere nulla. Raccomandava calma a tutti mentre era lui a perderla. Bussò sulla giara: suonava proprio come una campana. Occorreva consultare l'avvocato. Prima, per salvaguardare i propri diritti, volle adempiere ai suoi doveri: gettò cinque lire dentro la giara, pagando la giornata. Dima rifiutava e chiedeva soltanto di uscire. Lollò ordinò anche che gli portassero da mangiare; gli bastava averglielo offerto. Poi partì sulla mula.

L'avvocato non riusciva a smettere di ridere. Voleva sentirsi ripetere l'accaduto: Lollò pretendeva forse di tenere l'uomo là dentro per non perdere la giara? Infine gli spiegò che si trattava di sequestro di persona. Il proprietario protestò: Dima si era imprigionato da solo! Il legale separò le questioni. Lollò doveva liberarlo immediatamente; il riparatore, a sua volta, avrebbe dovuto rispondere del danno provocato dalla propria imperizia o disattenzione. Non avrebbe però pagato il prezzo di una giara nuova, bensì il valore attuale del recipiente. Meglio ancora, poteva essere Dima stesso a stabilirlo.

Verso sera Lollò tornò e trovò i contadini in festa attorno alla giara. Anche il cane saltava e abbaiava. Dima si era calmato e ormai rideva della propria avventura. Quando il proprietario gli domandò quanto valesse il recipiente riparato, precisò che con la sola colla avrebbe conservato quasi il prezzo iniziale; quei brutti punti, invece, ne riducevano il valore a circa un terzo.

Lollò accettò quella cifra e gliela chiese per rompere la giara e liberarlo. Il vecchio si mise a ridere: non avrebbe pagato. Piuttosto, sarebbe rimasto lì dentro. Tirò fuori la pipa e si mise a fumare. Questo sviluppo non era stato previsto né da Lollò né dall'avvocato. Il proprietario pensò di tornare in città, ma era già sera. Allora chiamò tutti a testimoni: lui era pronto a rompere la giara; era Dima a rifiutarsi di uscire pur di non pagare. Lo avrebbe denunciato perché occupava abusivamente il recipiente e gliene impediva l'uso.

Dima rispose pacato che sarebbe uscito volentieri: non voleva impedire nulla a nessuno. Pagare, però, era fuori discussione. Lollò alzò un piede per colpire la giara, si trattenne e la scosse invece con entrambe le mani. Il vecchio approfittò anche di questo per richiamare l'attenzione sulla resistenza della colla. Lollò lo lasciò lì, minacciando di farlo morire di fame e deciso a vedere chi avrebbe vinto.

Dimenticava le cinque lire gettate nel recipiente quella mattina. Dima le impiegò per organizzare una festa con i contadini, che, essendosi fatto tardi, sarebbero rimasti a dormire all'aperto. Uno di loro andò a comprare il necessario in una taverna vicina. La luna illuminava il cortile quasi fosse giorno.

A notte inoltrata, un baccano infernale svegliò Lollò. Si affacciò e vide i contadini ubriachi ballare tenendosi per mano attorno alla giara; Dima, dall'interno, cantava a squarciagola. Questa volta il proprietario non si dominò. Corse fuori e, prima che potessero fermarlo, spinse con violenza il recipiente giù per il pendio. Tra le risate dei contadini, la giara rotolò fino a spaccarsi contro un ulivo.

E a vincere fu Dima.


English summary · includes the ending

Lollò Zirafa buys an enormous jar for his olive oil. When it is found broken, he calls Dima Licasi, a repairer with a powerful secret glue. Lollò insists on metal stitches as well. To add them, Dima works from inside the jar. Once the repair is complete, its narrow top prevents him from getting out.

Lollò pays him five lire and consults a lawyer. He must free Dima, but may charge him the repaired jar's value if it has to be broken. Dima values it at a third of its original price, then refuses to pay for his freedom. He is willing to leave, provided it costs him nothing.

Using his wages, Dima buys food and drink for the workers. Their noisy moonlit party wakes Lollò. Furious, the owner pushes the jar down a slope, where it breaks against an olive tree. Dima wins: he is free without paying.

Adapted for Lejrbål from the credited source.
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